“Io sono Leonor Fini”, la mostra sulla trasgressiva artista

A Palazzo Reale la retrospettiva sull’artista ribelle Leonor Fini, fino al 22 giugno

Milano. Palazzo Reale ospita la mostra “Io sono LEONOR FINI”, una delle più complete retrospettive dedicate alla ribelle artista italo-argentina Leonor Fini (Buenos Aires 1907 – Parigi 1996).
Io sono Leonor Fini celebra l’eclettismo e il genio di un’artista poliedrica in un percorso intellettuale che ricostruisce la vicenda artistica e le influenze della carriera dell’artista.

A ispirare il titolo della mostra è una citazione della stessa Fini: «Sono una pittrice. Quando mi chiedono come faccia, rispondo: “Io sono”». Je suis, questa affermazione, identitaria e potente, rivela la forte personalità dell’artista e la sua unicità, anche artistica. Leonor Fini ha incarnato la libertà creativa e intellettuale, ribelle e anticonformista ha raffigurato un immaginario visivo inquietante e onirico.

L’esposizione presenta oltre 100 opere tra dipinti, disegni, fotografie, costumi e video, lungo un un percorso di nove sezioni tematiche. La mostra intende restituire un ritratto completo dell’artista, ricostruendone la vicenda biografica e artistica (dalla gioventù agli anni della formazione tra Trieste, Milano e Parigi, dove Fini stringe relazioni durature con intellettuali e artisti). Spaziando dalla pittura alla moda, dalla letteratura al teatro (fino ai suoi bozzetti, figurini e un costume disegnato da Leonor Fini, provenienti dall’archivio Storico Artistico del Teatro alla Scala), la mostra svela l’universo immaginario di Leonor Fini.

Nell’opera dell’artista è possibile individuare temi ricorrenti come il genere, l’identità, il macabro, il rapporto con la sessualità, la famiglia, la rappresentazione del corpo e l’interesse per aspetti rituali e fenomeni metamorfici. Inoltre Leonor Fini ha giocato con la sua immagine attorno al tema dell’identità. In tal modo il visitatore è coinvolto in un’esplorazione e riflessione sulla molteplicità dell’io. Io sono LEONOR FINI non è una semplice presentazione ma una dichiarazione di esistenza piena e senza compromessi. Il suo variegato “essere” è la somma di: pittrice, costumista, scenografa, illustratrice, scrittrice e performer.

In un contesto prevalentemente ad appannaggio degli uomini la visionaria Leonor è riuscita ad affermarsi grazie al suo straordinario talento e a una personalità decisamente non convenzionale. Ciò che la distingue è la sua capacità di creare un linguaggio artistico originale, in cui la donna non è più musa, ma protagonista.

I mondi di Leonor Fini si collocano tra il reale e l’immaginario, in un delicato equilibrio onirico e di sospensione dal reale. I suoi soggetti femminili sono protagoniste, forze primordiali e indomabili, o sfingi, donne-gatto oppure uomini ambigui. Il lavoro di Fini è fatto di molteplici stratificazioni culturali e di influenze letterarie e dei grandi pittori del passato come Piero della Francesca, Michelangelo e i pittori manieristi. Se usa tecniche pittoriche tradizionali è per trasmettere messaggi innovativi. Le sue sono anche esplorazioni psicoanalitiche, ispirate dalle letture di Freud. Frequenta circoli intellettuali, Max Ernst la definisce “la furia italiana”, entra in contatto con Man Ray, Dora Maar, Salvador Dalì e il Surrealismo.

Pur condividendo con questi l’interesse per il subconscio e il sogno la pittrice costruisce un universo artistico speciale, mantenendo una visione autonoma e rivoluzionaria, libera da etichette, compresa quella del Surrealismo.
Tra i suoi rapporti importanti spicca l’amicizia con Leonora Carrington. Tra le due artiste, che si incontrano a Parigi, intercorrono dieci anni di differenza. Sono legate da un rapporto di stima e amicizia. Carrington vede in Fini una “strana combinazione di grazia felina e potere amazzone”. La loro unione – affettiva, emotiva, artistica – testimonia un idem-sentire tra le due anime femminili. Come in quelle di Remedios Varo, attingendo dai desideri inconsci, le sue opere raffigurano l’invisibile.

Fini, nonostante i contatti con André Breton (leader del Surrealismo), ne rifiuta le convenzioni preferendo un percorso autonomo che le permette di esplorare la sua visione artistica. Frequenta anche scrittori italiani come Alberto Moravia ed Elsa Morante, instaurando con loro rapporti di amicizia e scambio creativo. Testimoniato, nel caso della Morante, da un ricco scambio epistolare e da parole piene di ammirazione, come nella celebre dedica della scrittrice: «Poi viene Leonor. Le finestre diventano luce, le ragnatele tende preziose di nuvole e stelle, i rami secchi doppieri accesi, e la sera una grande serata; perché Leonor (come le ho detto mille volte e come non mi stancherò mai di dirle) unisce in sé due grazie: l’infanzia e la maestà».

Il loro era un rapporto basato sulla stima reciproca e una comune sensibilità poetica. Con Jean Cocteau condivide il gusto per l’arte visionaria e il simbolismo.
Questi rapporti eterogenei evidenziano il variegato dialogo intellettuale che caratterizza la vicenda artistica di Leonor. L’artista ha frequentato anche il mondo del cinema, era amica di Anna Magnani con cui condivideva anche la passione per i gatti.

Collabora con Federico Fellini per la realizzazione di costumi per una scena di Otto e mezzo (1963). Inoltre, il personaggio di Dolores, previsto nella prima stesura de La dolce vita, era ispirato proprio all’artista. Anche il rapporto con Pier Paolo Pasolini è intenso. Compiono insieme un viaggio a Parigi per in visitare gallerie e musei. Pasolini rimane affascinato dalla sua capacità di cogliere l’essenza delle opere d’arte. Dalle loro conversazioni emerge l’idea di un film, mai realizzato, su un’artista che sfidava le convenzioni sociali e artistiche del suo tempo, di cui Fini sarebbe stata la consulente artistica.

Luchino Visconti la coinvolge nella creazione dei costumi per produzioni teatrali e liriche come La Vestale e Il Trovatore. La componente teatrale del suo lavoro si concretizza nella collaborazione con decine di produzioni teatrali, operistiche, di balletto e cinematografiche. In mostra gli splendidi costumi per Tannhaüser (1963) e i bozzetti per le scenografie del Teatro alla Scala (partner della mostra). Leonor Fini collabora anche con stilisti e figure del mondo della moda. Al celebre caffè Les Deux Magots di Parigi incontra Christian Dior, che le presenta Elsa Schiaparelli, celebre per il suo stile all’avanguardia e le sue collaborazioni con i surrealisti. Schiaparelli la veste con abiti vistosi mentre Fini disegna per lei l’iconica boccetta del profumo Shocking.

Fini si trasferisce a Trieste a due anni con la madre, una donna indipendente che la inserisce nei circoli intellettuali della città. Il padre organizza il rapimento della piccola Leonor, che scappata ai sicari decide di travestirsi da bambino.
Per due mesi dovetti restare in una stanza buia a occhi bendati. Ouando tutto fini e potei tornare a vedere, mi lanciai nella pittura I miei occhi cercavano vendetta
Leonor fu privata della vista per due mesi a causa di una infezione agli occhi.
L’artista affermava di non essere stata capace di resistere alla tentazione dell’autorappresentazione e della confessione. La Fini si esprime attraverso una varietà di media – pittura, letteratura, design – ma anche attraverso la sua stessa vita.

Già negli anni trenta affrontava temi legati al genere e alla sessualità non normativa, alla fluidità dell’identità e dell’appartenenza. La sfinge è la creatura con cui s’identifica, come essere ibrido e mutante. Il suo riferimento è la la scultura della sfinge in porfido rosa (originale portato dall’Egitto) custodita nel Castello di Miramare a Trieste, città in cui vede anche i mascheroni, i panduri. Adolescente Leonor visita l’obitorio di Trieste dove rimane sconvolta alla vista di un corpo morto, descritto come di una bellezza inarrivabile per i ricchi tessuti, i collari e i fiori con cui la sua famiglia gitana lo copriva e scopriva ritualmente. Nei suoi dipinti ricorrono spesso le immagini di uomini addormentanti e inermi, apparentemente morti (come il Cristo morto) ma comunque assoggettati alla potenza femminile.

La seconda sezione della mostra approfondisce il rapporto di Leonor Fini con la città cosmopolita di Trieste, dove visse fino a 25 anni. Qui incontra James Joyce e Rainer Maria Rilke, che lasceranno un’impronta nel suo lavoro. A Milano (1928) partecipa alla Seconda Mostra del Novecento Italiano a fianco di Achille Funi (con il quale ha una relazione sentimentale), Giorgio De Chirico e Mario Sironi. L’arrivo a Parigi (1931) è contraddistinto dal rapporto con gli esponenti del movimento Surrealista – Max Ernst (con cui vive una passione amorosa), Paul Éluard, Salvador Dalì, Man Ray, André Breton – che la porta a dipingere capolavori come Autoritratto con Charlie Holt (1939). Nel 1936 va in America ed espone a New York insieme ai Surrealisti.

Fino alla fine del terzo decennio la sua vita scorre tra arte, mondanità, lussi e stravaganze. Del 1938 è la boccetta a forma di busto, ispirata dal corpo statuario di Mae West, per il profumo Shocking di Elsa Schiaparelli (un’anticipazione del design di Jean Paul Gaultier). A Montecarlo, dove si era rifugiata alla scoppio della Guerra, si innamora di Stanislao Lepri (console d’Italia). Lui è richiamato a Roma e i due restano nella capitale fino alla fine della guerra. Sono gli anni delle Sfingi, degli uomini dormienti ma anche delle metamorfosi della natura, della sua caducità e della degenerazione dei corpi. Nel 1952 inizia una relazione anche con lo scrittore polacco, Constantin Jelenski, con cui vivrà un ménage à trois. In questo periodo esegue diversi ritratti come l’Autoritratto con Kot e Sergio (Kot Jelenski e Sergio Gajardo).

La terza sezione espositiva inizia con Il confine del mondo (1948), opera emblematica dell’artista che affronta il tema del macabro che sarà ricorrente, insieme alla “pulsione di morte”, in tutta la sua produzione. Nel dipinto Leonor si ritrae immersa in uno stagno nero fino al busto, in un contesto apocalittico in cui è l’unica sopravvissuta. Ma è regina di un mondo popolato da teschi e globi oculari. In altre opere l’angelico e il demoniaco convivono. Le atmosfere macabre riscontrabili nei suoi dipinti riflettono lo studio di Fini sul corpo e la sua decadenza con il trascorrere del tempo. L’attrazione di Leonor Fini per questi temi decadenti è suggerita da alcune opere letterarie come La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica di Mario Praz e le poesie di Edgar Allan Poe.

Fini era attratta, e non temeva, le trasgressioni che rivelano gli oscuri legami tra sesso, morte e promiscuità. Questi temi sono presenti in mostra con una selezione di opere che mettono in luce l’anticonformismo, la ribellione alle norme morali stabilite: L’Alcova (1941) o Sbrigati, Sbrigati, Sbrigati le mie bambole stanno aspettando (1975). Raccontano storie intime e domestiche, ricche di sfumature di amicizia e fratellanza. Figlia in una famiglia libera e anticonformista, senza padre e non avendo frequentato una scuola cattolica, Fini ha sperimentato forme di relazione in cui i ruoli non sono rigidamente definiti. Spesso scene familiari e di coppia sono ambientate nella camera da letto: luogo intimo e sociale ma anche palcoscenico per imprevedibili incontri.

Leonor Fini, sfidando i ruoli di genere, sovverte i ruoli tradizionali e patriarcali del pittore e della modella. Spesso la donna è dominante sul corpo maschile. Sono questi i temi esplorati nella quinta sezione e testimoniati da opere le cui ambientazioni evocano autori come Sandro Botticelli o Piero di Cosimo riletti in modo ambiguo da Fini. La sua è una ricerca di un «mondo di sessi non differenziati, o poco differenziati». Le opere esposte, oltre ad appartenere per la maggior parte a collezioni private e quindi difficilmente visibili, rivelano visioni audacemente queer e il potenziale sovversivo dell’opera di Leonor Fini.
La rappresentazione del corpo femminile è decisamente anti-classica nell’opera di Leonor. Donna seduta su uomo nudo (1942) raffigura una donna dominante, sicura di sé, tutt’altro che languida. Protagonista e non musa, la figura femminile rappresenta una forza primordiale e indomabile. Portando l’attenzione sui temi di genere, identità e autoaffermazione.

L’interesse dell’artista è anche per gli aspetti rituali e metamorfici che generano creature ibride. Asphodèle (1963) è la raffigurazione della dea greca Persefone e La Cérémonie (1960) è un rituale magico che evoca gli spiriti.
L’ottava sezione indaga i rapporti di Leonor Fini con i grandi intellettuali e creativi del Novecento: da Leo Castelli, per il quale progetta i mobili per una mostra nella sede parigina della sua galleria – esposto qui il prezioso Armadio antropomorfo – a Elsa Schiaparelli per cui disegna la famosa boccetta del profumo.
Il suo gusto per il travestitismo si concretizza anche nella collaborazione con decine di produzioni teatrali, operistiche, di balletto e cinematografiche. In mostra gli splendidi costumi per Tannhaüser (1963) e gli originali bozzetti per le scenografie del Teatro alla Scala (partner della mostra).

Chiude il percorso espositivo di Io sono Leonor Fini una raccolta di ritratti fotografici dell’artista e di fotografie d’epoca in cui la stessa Fini si auto-rappresentava.
L’ultima sala della mostra, un ambiente che gioca con specchi, fotografie e scritte, accoglie il dipinto Autoritratto con il cappello rosso che rappresenta un “saluto” simbolico dell’artista al pubblico, che è invitato a identificarsi con l’artista e a scattare una foto per condividerla sui social con l’hashtag #iosonoleonorfini.
La mostra, a cura di Tere Arcq e Carlos Martín, è promossa dal Comune di Milano – Cultura, gode del patrocinio del Ministero della Cultura ed è prodotta da Palazzo Reale e MondoMostre, con il supporto dell’Estate di Leonor Fini, con main partner Unipol.
Informazioni
TITOLO: IO SONO LEONOR FINI
SEDE: Palazzo Reale (Sale del Piano terra)
Piazza del Duomo, 12, Milano
PERIODO: fino al 22 giugno 2025
ORARI DI APERTURA: Dal martedì alla domenica: 10:00 – 19:30. Giovedì: 10:00 – 22:30. Lunedì chiuso. Ultimo ingresso un’ora prima
BIGLIETTI: Intero: €15,00 Ridotto: €13,00
SOCIAL: leonorfinimilano.it
IG FB @palazzorealemilano
IG @mondomostre
#IoSonoLeonorFini
CATALOGO: Moebius Editore
Grazie per averci presentato quest’artista che ignoravo e da quanto ho potuto vedere
in alcuni aspetti mi ricorda Dali
È un esempio di forza , determinazione e affermazione identitaria
in un’epoca storica in cui non era assolutamente scontato
Grazie per il puntuale commento. Leonor Fini ha avuto rapporti con molti Surrealisti, incluso Dalì. L’accostamento con quest’ultimo è decisamente pertinente e ha usato molti media per esprimere la sua creatività. Molte sono le artiste talentuose, ma spesso sconosciute, a cui da decenni dedico i miei studi. L’ultima mostra a loro dedicata, e per scoprirne alcune, è “Roma Pittrice. Artiste al lavoro tra XVI e XIX secolo” a Palazzo Braschi, prorogata fino al 4 maggio: https://www.nomadeculturale.it/roma-pittrice/